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Giappone sesto per competitività al mondo, ma non può smettere di correre

Conferma il clima di ottimismo sull’economia giapponese la recentissima pubblicazione del Global Competitiveness Report 2014, in cui il Paese si classifica sesto scalando di tre posizioni per rimanere dietro solo a Svizzera, Singapore, Stati Uniti, Finlandia e Germania.

La classifica, promossa da ormai trentacinque anni dal World Economic Forum di Ginevra per misurare il polso delle economie nazionali nel contesto mondiale, si basa su un indice composito che si basa su diverse misurazioni in dodici categorie diverse (dai fondamentali macroeconomici all’educazione e alla sanità), a cui contribuiscono in modo determinante anche le opinioni delle linee manageriali più alte per ciascun Paese.

Il Giappone riporta livelli altissimi a livello di sofisticatezza del mercato (1°), Innovazione (4°), Salute e Infrastrutture (6° in entrambi gli indici), ma spicca il risultato negativo della valutazione macroeconomica - 127°, agli ultimi posti, complici l’enorme debito pubblico e la spesa di governo.

L’indice macroeconomico non è però forse il più rappresentativo dei problemi di competitività che il Giappone ha davanti – indice che del resto varia notevolmente anche fra gli altri Stati classificati più in alto (Stati Uniti 113° posto; Svizzera 12°). Su alta educazione (21°) e mercato del lavoro (22°) il Giappone si distanzia significativamente dagli altri Paesi al top della classifica, e ci sono ragioni per pensare che questi indici abbiano maggiore impatto sul medio-lungo termine.

Sull’aspetto lavoristico in particolare è utile sfogliare il volume “Labor Situation in Japan and its Analysis: General Overview 2013/2014” edito nel marzo di quest’anno dall’Istituto Giapponese per le Politiche sul Lavoro e la Formazione (JILPT), che mostra chiaramente alcuni nodi non risolti della struttura del mercato: il progressivo gap tra lavori atipici e regolari; il permanere di un monte orario decisamente alto per i lavoratori con contratto a lungo termine, che determina a sua volta una difficoltà per le donne a partecipare maggiormente ai ruoli più centrali delle aziende; una sostanziale stagnazione nei meccanismi di promozione, riorganizzazione e licenziamento.

A questo si aggiunge l’ormai noto problema della progressiva erosione della base di lavoratori che potrebbe portare, a parità di condizioni attuali, a una carenza di lavoratori per milioni di posti di lavoro. Un problema che cerca una soluzione urgente perché, secondo stime OECD, il problema potrebbe rallentare la crescita giapponese di quasi un punto l’anno dal 2025.

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