Il Giappone ed il mercato globale

 

Il pomodoro è notoriamente uno dei prodotti più rappresentativi del Made in Italy all’estero, tanto da meritarsi spesso il nome di ‘oro rosso’. Come riportato da varie testate sulla base del più recente rapporto ISMEA, l’Italia si conferma terzo produttore mondiale di pomodoro fresco destinato alle conserve con un fatturato per l’industria di 3,5 miliardi di euro.

Ma i record non si fermano qui: il Bel Paese si trova infatti al primo posto globale per produzione ed export di derivati dell’oro rosso. Nella campagna 2019-2020 le conserve hanno prodotto un attivo della bilancia commerciale di quasi 1,7 miliardi, con il 60% delle conserve prodotte destinate all’export. Di quest’ultimo circa due terzi sono destinati al mercato europeo, con la Germania che assorbe un quinto delle spedizioni italiane.

Non stupisce allora che vi sia ampio margine per la crescita verso Paesi extra-UE, in particolare verso il Giappone: il Paese nipponico si presenta infatti nel 2019 – ultimo anno utile per avere statistiche complete per ogni Paese – come quarto importatore mondiale di passate e conserve dietro a Regno Unito, Germania e Francia.

Fonte dati: UN COMTRADE (https://comtrade.un.org/data/)

Di particolare rilevanza in questo contesto è la composizione dell’import giapponese, dove l’Italia detiene la quasi totalità del mercato – nonostante la concorrenza di Paesi come USA, Turchia e Australia – per un valore dal 2015 oscillante tra l’88 ed il 91%.

Fonte dati: METI Trade Statistics (https://www.customs.go.jp/toukei/srch/indexe.htm)

Come si evince dal grafico sopra, il 2020 ha rappresentato la miglior annata per l’export italiano in Giappone di pelati e passate dal 2015, registrando una crescita del 13,8% rispetto al 2019 che ha portato a sfiorare un valore di quasi 10 miliardi di yen nell’anno solare.

Questo dato risulta ancora più interessante andando ad analizzare la crescita in termini quantitativi, e del prezzo per medio kg.

Fonte dati: METI Trade Statistics (https://www.customs.go.jp/toukei/srch/indexe.htm)

Nonostante in termini di valore l’export del 2020 non abbia raggiunto i livelli del 2015 – il secondo anno, dopo il 2014, in cui i prodotti in questione sono stati venduti al prezzo più alto dell’intero decennio 2010-2020 – ciò che sorprende è che nell’anno segnato dalla pandemia di COVID-19 si abbia assistito alla migliore prestazione in termini quantitativi: oltre 96 migliaia di tonnellate esportate, il dato più alto dell’intero decennio, per un aumento del 5,98% rispetto al 2019 e persino del 4,98% rispetto al 2015.

Ulteriore elemento di novità è il fatto che nonostante la crescita quantitativa sia anche cresciuto il prezzo al kg, che negli anni precedenti a partire dal 2015 si era sviluppato in maniera inversamente proporzionale alla quantità.

La ragione dietro ai 103 ¥/kg potrebbe risiedere nel cambiamento dei consumi del 2020, dettato dalla peculiare situazione del mercato nel periodo di restrizioni imposte al settore ho.re.ca.: in altre parole, l’aumento della vendita al dettaglio di passate e pelati piuttosto che la vendita all’ingrosso alle attività di ristorazione potrebbero aver influito sull’aumento del valore al kg.

I dati dell’import mensile sembrano poter sostenere questa tesi laddove è possibile riscontrare significativi picchi sia tra Aprile e Giugno 2020 che a cavallo del 2020-2021, i periodi in cui le attività di ristorazione sono state soggette a limitazioni degli orari a seguito della proclamazione dello stato di emergenza nella maggior parte delle prefetture giapponesi.

Fonte dati: METI Trade Statistics (https://www.customs.go.jp/toukei/srch/indexe.htm)

Il potenziale di crescita ed il biologico

 

Risulta evidente dai dati sopra esposti come il Giappone sia un mercato florido per i derivati del pomodoro di origine italiana. La crescita del 2020 dimostra inoltre come ci sia ancora notevole margine di crescita per affermarsi nel mercato, soprattutto cercando di mantenere aperti sia i flussi diretti alla ristorazione sia quelli del mercato al dettaglio.

In questo contesto si collocano due ulteriori considerazioni: la possibilità di espandersi nel mercato nipponico per le aziende non ancora presenti grazie agli incentivi per l’internazionalizzazione delle PMI – per cui si può ricorrere al supporto dell’ICCJ – e le potenzialità nel settore dell’agroalimentare biologico.

Secondo il più recente rapporto Nielsen-Assobio, l’export italiano di prodotti biologici è stato assoluto protagonista nel 2020 con un crescita dell’8% rispetto al 2019. l’Italia si colloca al secondo posto mondiale per esportazione di prodotti biologici: con un valore di mercato di superiore ai 2,6 milioni di euro, l’incidenza del bio sul totale dell’export agroalimentare è stata del 6% nel 2020.

Il pomodoro biologico rappresenta una parte importante della produzione e commercio biologica nostrana, con una crescita in superficie coltivata che è aumentata del 20,5% tra il 2018 ed il 2019 a fronte di un aumento dell’1,8% della superficie biologica totale nello stesso periodo.

Fonte dati: Rapporto BIO IN CIFRE 2020 (ISMEA, Mipaaf, CIHEAM, SINAB) (http://www.sinab.it/sites/default/files/share/BIO%20IN%20CIFRE%202020.pdf)

A fronte di questo incremento della produzione diverse aziende nostrane iniziano a rivolgersi insistentemente al mercato giapponese per espandersi. L’ultimo studio di FiBL & IFOAM – Organics International sui trend emergenti del settore nel 2021 mostra infatti come nel 2019 i prodotti biologici in Giappone ammontassero all’1,4% delle vendite al dettaglio, il dato più alto per un Paese asiatico tra quelli analizzati, ma ancora lontano dalle percentuali europee.

Penetrare nel mercato giapponese con pelati e passate biologiche potrebbe quindi rivelarsi una mossa vincente, in particolare tenendo conto dell’attenzione del consumatore giapponese per i prodotti Made in Italy di alta qualità – tra cui risaltano le tre IGP pomodoro pachino, san Marzano e pomodorino del Piennolo del Vesuvio. Tuttavia non è detto che sia possibile sfruttare questa opportunità soltanto attraverso una ricerca di importatori: sono sempre di più richiesti investimenti in brand e marketing.

Per un’azienda italiana – produttrice o manifatturiera – che volesse esportare prodotti biologici in Giappone con il logo JAS le opzioni sono quindi due, alternativamente:

  • Ottenere la certificazione da parte di un ente certificatore giapponese o straniero accreditato dal MAFF (Ministry of Agriculture, Forestry and Fisheries); o
  • Ottenere la certificazione domestica dalle agenzie preposte italiane o europee ed affidarsi ad un importatore giapponese certificato da un ente accreditato giapponese, che provvederà al re-labelling con il logo JAS

Un operatore italiano potrà quindi affidarsi ai seguenti enti accreditati dal MAFF: Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale (ICEA); Bioagricert; Suolo e Salute; CCPB.

A cura di Giorgio Lorenzetti